Tim gli NFT ed il WWW

Tim Berners-Lee ha messo in vendita nelle scorse settimane un #Nft (token non fungibile) del codice sorgente per il World Wide Web, di cui è stato l’autore nel 1989. Tale Nft è stato acquistato per oltre 5 milioni di dollari.

Chiunque avrebbe potuto prendere tale codice di pubblico dominio e venderlo con un NFT ma probabilmente se l’avessi fatto io o un altro pinco pallino qualunque non avrebbe avrebbe avuto nessun valore.

Il valore è dell’oggetto digitale che viene in qualche modo autografato digitalmente dal suo autore originale e grazie alla scarsità programmata e irrevocabile della blockchain potrà essere rivenduto e scambiato ancora ma non duplicato.

Non è il mio tipo preferito di NFT in quanto è esogeno (acquisisce valore grazie alla fama dell’autore) ma è comunque notevole. In un certo senso rispecchia quello che succede nell’arte moderna, un taglio su una tela se lo faccio io è una perdita economica (la tela), se lo fa Fontana è arte e lo posso rivendere per milioni perché nell’arte moderna l’arte è ciò che fa l’Artista.

Inutile quindi inondare il web di NFT con delle brutte bitmap senza che vengano dall’ispirazione un Artista.
Non si può cogliere il senso degli NFT collectible se non si è colto il senso del collezionismo tradizionale.

Gli NFT con valore endogeno sono invece quelli come i CryptoKitties e ancora meglio EulerBits di cui ho già parlato qualche tempo fa. Essi acquistano valore per la combinazione logica/scarsità/innovazione che prima di loro non esisteva anche se sono fatti da degli anonimi. Sono opere d’arte digitali senza Artista.

Appunti di DeFi: i FlashLoans

#FlashLoans#DeFi
TL;DR concedere un prestito dopo che ci è stato restituito.

Iniziamo dalla fine, letteralmente. Dalla cosa più lontana dalla finanza tradizionale. Supponiamo di aver trovato un’opportunità di arbitraggio fra due mercati separati e che ci sia una finestra temporale breve per approfittarne. Ad esempio abbiamo un mercato M1 in cui un asset ha il prezzo di 1$ ed un mercato M2 in cui lo stesso asset ha il prezzo di $1.50. Se solo potessi comprare in M1 e rivendere in M2 farei subito un profitto di 0.50 a unità, ma purtroppo la cosa richiede un capitale per comprare in M1, quindi qualcuno ci deve fare un prestito e noi dobbiamo mettere un collaterale a copertura.

I flash loan invece permettono di ottenere un prestito da una pool P, utilizzarlo per un ordine di acquisto in M1, fare un ordine di vendita in M2, restituire il prestito a P più una piccola fee e fare tutto in un’unica transazione #blockchain perciò non divisibile. Se una delle azioni di cui sopra fallisce allora falliscono tutte e si ripristina lo stato iniziale senza rischi per nessuno (gas a parte). Questa meraviglia non si potrebbe fare nel mondo “reale” a meno che tu non sia #DrWho e usi #Tardis per tornare indietro nel tempo se qualcosa fallisce.
(image by aussiegall CC-BY #timetravel)

Tutti pazzi per gli NFT?

Fungible o non-fungible, questo è il problema

Prendendo in prestito il titolo della famosa rubrica “Forse non tutti sanno che …”

NFT sta per non-fungible token per distinguerlo dal fungible token. La fungibilità per dirla in parole povere è la qualità di un token di non avere qualità. Nel senso che i token fungibili sono tali perché non distinguibili l’uno dall’altro. Ad esempio da un punto di vista contabile una somma di 1 euro è equivalente ad ogni altra somma di 1 euro. In questo senso l’euro sembrerebbe fungibile. Stesso discorso vale per le criptovalute. Un bitcoin vale un bitcoin e non esistono bitcoin speciali. Qui è proprio il caso di dire che uno vale uno.

Questa affermazione non è del tutto esatta in quanto un bitcoin appena minato vale più di un bitcoin che ha attraversato varie transazioni perché quest’ultimo potrebbe venire “contestato” e non accettato a causa di un suo sospetto uso illecito. Per questo accettare bitcoin dagli sconosciuti non è una buona idea, ma questo è un altro discorso.

In un mondo ideale, senza truffe e senza blockchain intelligence, i coin come bitcoin, ether, dash, litecoin eccetera sono considerati appunto fungibili

L’arte e(è) i non-fungible token

Esistono però dei token che nascono appositamente per essere non fungibili. L’esempio più famoso di qualche anno fa è rappresentato dai famosi cripto kitties, ovvero degli oggetti collezionabili che esistono in quanto rappresentati in blockchain e come tali godono della proprietà dei token, ovvero della scarsità. In altre parole mentre un oggetto digitale in generale potrebbe essere copiato un numero infinito di volte, un criptokitty o altro NFT è un individuo unico, o comunque in serie limitata, e può essere trasferito come una moneta elettronica. In pratica il mio criptokitty è mio finché sono io a detenerne il diritto di trasferirlo, ma se lo cedo a qualcuno io non ce l’ho più. Questo non significa che io non possa copiare all’infinito il file con la faccia del mio criptokitty, ma per la blockchain io non sono più il proprietario.

Questo concetto è forse il più difficile da capire per chi cerca di avvicinarsi alla cripto arte. In pratica acquistando un NFT da 10 euro o 10 milioni di euro io non sto impedendo agli altri di prendere l’immagine e copiarla all’infinito e farne la propria immagine copertina su facebook, sto invece acquistando una sorta di certificato digitale che dice che quella bitmap era nelle mani di qualcuno ad una data certa (costituendo una prova di esistenza e di possesso salvo che qualcuno dimostri il contrario), e che questo qualcuno ha messo in vendita questa prova digitale e noi possiamo acquistarla e vederla nel nostro wallet preferito. La blockchain registra tutti i passaggi di proprietà, senza notaio e senza ACI, da un indirizzo all’altro.

Tecnicamente i token, sia quelli fungibili che quelli non-fungibili sono implementati in blockchain tramite due standard principali: EIP20 ed EIP721. Il perché di questi strani nomi risiede nel fatto che sono nati come Ethereum Improvement Proposal. Il numero è semplicemente dovuto al fatto che quando è stato proposto EIP20 esistevano già 19 proposte precedenti (che non necessariamente riguardavano i token) e quindi è stato numerato in modo seriale.

Siccome dare una definizione di cosa sia l’arte moderna è oltre la portata di questo post e probabilmente oltre la portata della mia mente, mi limito a solleticare il lettore con l’idea che in questo caso, come già è avvenuto in passato (pensiamo alla merda d’artista di Manzoni), l’arte non sta tanto nel contenuto quanto in realtà nel contenitore.

No alternative text description for this image

Senza dilungarmi sulle caratteristiche tecniche dobbiamo almeno dire che i token sono secondo la terminologia di Ethereum degli Smart Contract. Ovvero, qualcuno scrive un codice informatico che implementa delle opportune specifiche e lo rilascia in blockchain e come tale viene eseguito da tutti i nodi della rete. Non tutti gli smart contract sono token, ma praticamente tutti i token su ethereum sono implementati come smart contract EIP20 e EIP721. Tali standard sono diventati talmente popolari che perfino altre blockchain oltre ethereum hanno li hanno adottati (ad esempio Binance Smart Chain). La specifica fondamentale di un token EIP20 è quella di implementare delle query e delle transazioni per ottenere balance e trasferire fondi da un indirizzo all’altro. Limitandosi alle due fondamentali queste sono

transferFrom (from, to, amount)

balanceOf (address)

Sì, il codice non è simpatico e interrompe il flusso di lettura. Ma si capisce abbastanza bene che la prima trasferisce un certo ammontare di token dal conto di chi la invoca verso un conto chiamato “to”. Mentre la seconda ci dice a quanto ammonta il balance di un certo indirizzo. Questi sono i token fungibili. Ma quelli non fungibili?

La transazione di trasferimento in questo caso deve anche riportare quale esemplare del token vogliamo trasferire ed assume una forma

transferFrom (from, to, tokenId)

Ovvero, non è più la quantità “amount” che dobbiamo trasferire, ma l’esemplare particolare. Qui le cose si fanno un po’ complicate. Infatti in teoria basterebbe un solo smart contract eip721 per rappresentare tutti gli nft di tutti gli utenti (almeno su Ethereum), ma in realtà non è quello che succede. Ad esempio lo smart contract 

https://etherscan.io/address/0x06012c8cf97bead5deae237070f9587f8e7a266d

Rappresenta tutti i cryptokitties ma nessun altro collectible, e ogni diverso kitty ha un suo id unico. Il mio ad esempio è un gatto con id = 1950572

Bello! Vero? Ma perché il contratto 0x060…266d del mio gatto non viene usato per tutti i collectible del mondo? Dalle figurine dell’NBA fino alle opere d’arte. La risposta è che i cryptokitty oltre ad implementare il protocollo EIP721 hanno nel loro smart contract altre funzionalità proprie e non standard, come ad esempio il genoma ed il fatto di potersi accoppiare per generare altri esemplari.

Ho capito, quindi se voglio implementare un mio smart contract con funzioni speciali che sia anche compatibile EIP721 così da poterlo vedere scambiato su ogni piattaforma Ethereum la cosa è semplice. Lo voglio fare quanto costa?

Ora, a parte il costo del programmatore, prendendo semplicemente il codice dello smart contract e facendone il deployment il gas necessario (nel caso di criptokitty) è stato 3,769,599 gas (grazie a etherscan è possibile vedere la tx di contract creation). Oggi (21 marzo) con i valori di gas price mediani costerebbe circa 0.63 ether ovvero circa $1100 😱😱. Quindi pensiamoci bene se vogliamo mettere online un nuovo EIP721. Se abbiamo ambizioni di creare un ecosistema ed una app per molti utenti ha senso, altrimenti è solo un gran costo di gas.

La regola d’oro in Ethereum è: fare transazioni è costoso ma fare il deployment di nuovi contratti è super costoso. Ormai quasi quanto andare da un notaio.

One ring to rule ‘em all = ERC1155

Ci sono altri standard? La risposta è sì, ma nessuno al momento compete con EIP20 ed EIP721 per i token fungibili e infungibili. Qualcuno però ha avuto una brillante idea. Se ho la necessità di emettere tanti token diversi, ad esempio diversi token fungibili con simboli diversi, supply diversi, e magari anche qualche collezione di token non-fungibili e non voglio usare uno smart contract per ogni “token” come posso fare? La risposta è ERC1155, un nuovo standard in fase di rapida diffusione.

La sua caratteristica è la gestione in contemporanea di più asset, cioè un solo smart contract è in grado di tenere la contabilità di tanti token fungibili e non-fungibili. Ogni token è rappresentato da un suo Id specifico e tutti i token con supply=1 sono di fatto non-fungibili.
La sua funzione transfer quindi rispetto a quella di EIP20 si evolve in qualcosa di più barocco


// ERC-1155
function safeBatchTransferFrom(
address _from,
address _to,
uint256[] calldata _ids,
uint256[] calldata _values,
bytes calldata _data
) external;

Bella vero?

Dove in un colpo solo si possono trasferire da “from” a “to” diversi importi relativi a diversi token.

Mi chiedo perché a questo punto non abbiano previsto di fornire “from” e “to” come array anch’essi. Si sarebbe potuto implementare una super transazione per effettuare in un colpo scambi di una moltitudine di asset, per una moltitudine di importi scambiati e tra una moltitudine di pagatori/paganti. Ma forse sarebbe stato troppo complesso.

Esistono NFT al di fuori di Ethereum?

Sì, #Algorand ad esempio fornisce un supporto nativo alla creazione di asset sulla sua blockchain, i cosiddetti Algorand Standard Asset (ASA)

Non è necessario creare nessuno smart contract e fare complicati audit di sicurezza. Esiste un tipo di transazione che crea gli ASA punto e basta. Si inseriscono parametri come il supply e altri metadati necessari. Nel caso di un #NFT semplicemente si crea un nuovo ASA con supply pari a uno. Per quanto riguarda le fee di creazione trattandosi di una semplice transazione il costo è di 0.001 Algo.

Algorand è stata la scelta per il nostro progetto uncommon-creative.net

Algorand porta con sé un gran numero di innovazioni e pur essendo così giovane ha già un gran bell’ecosistema ed un sdk molto completo. In Uncommon Creative implementiamo smart legal contract e sistemi p2p per la soluzione delle dispute. Utilizziamo gli NFT sia per notarizzare i testi legali che per trasferire la proprietà intellettuale sviluppata durante l’esecuzione di un contratto. Incorporare un contratto legale in un NFT è interessante, permette ad esempio di trasferire obblighi e diritti del contratto ad un terzo con una transazione in blockchain. Allo stesso modo i diritti commerciali su un’opera possono essere trasferiti e tracciati in modo matematico sulla blockchain.

Video Corso – Dagli Smart contract alle ICO

Fra i tanti corsi online, c’è anche questo eh..

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Il corso fornisce una conoscenza ampia e pratica sul funzionamento delle criptovalute e degli smart contract inclusi: 
– Perché Bitcoin è un’invenzione che rivoluzionerà il concetto di denaro
– La crittografia e firme digitali come elementi abilitanti
– Come è possibile che le criptovalute funzionino senza le banche
– A cosa serve la blockchain
– Cosa sono gli smart contract
– Token, standard ERC20 e ICO

Al termine del corso gli allievi saranno in grado di analizzare le principali blockchain e comprendere le differenze, i pro e i contro di ogni soluzione. Saranno in grado di valutare meglio la bontà di un progetto basato su blockchain o di una ICO. Avranno essi stessi le basi per lanciare nuovi progetti nel campo delle criptovalute, degli smart contract e ICO e avranno un’idea molto chiara di quali altre competenze dovranno acquisire

Libro — Blockchain e smart contract

Condivido (anzi rubo) questo post di Massimo Simbula che ha scritto quello che avrei voluto scrivere io ma lo ha scritto meglio. Ringrazio lui e ringrazio Raffaele Battaglini e Marco Tullio Giordano per avermi invitato a contribuire a questo volume e tutti gli altri autori per il gran lavoro fatto insieme.

No photo description available.

Il 12 novembre verrà presentato a Milano il volume (di oltre 400 pagine) dal titolo “Blockchain e Smart Contract – Funzionamento, profili giuridici e internazionali, applicazioni pratiche”.

Il volume, curato dagli amici e colleghi Raffaele Battaglini e Marco Tullio Giordano, e con la prefazione dell’Avv. Giuseppe Vaciago, vede il contributo di molti appassionati della materia sia lato legale che tecnico.

Io ho curato la parte relativa alla normativa italiana in materia di blockchain e smart contract ed è stato un vero piacere partecipare insieme ad amici e stimati professionisti come Davide CarboniTamara BelardiPaolo Dal CheccoNicolino GentileNiccolò Travia e tanti altri.

Vale davvero la pena leggerlo per chi vuole approfondire la materia e affrontarla con approccio multi-disciplinare.

Piccola guida alle Stablecoins

Ci sono delle nuove star nel panorama della cripto finanza e queste star sono le stable coins. Come il nome suggerisce sono o dovrebbero essere delle valute digitali che godono di una proprietà non trascurabile, la stabilità del loro prezzo sui mercati di scambio. Di fatto le stable coin funzionano come delle rappresentazioni delle monete a corso legale ma dentro la blockchain. La frase “dentro la blockchain” è già di per sé ambigua dato che “non esiste la blockchain” ma ne esistono tante, ognuna con il suo protocollo di consenso per la validazione delle transazioni e le sue regole per codificare i dati e le transazioni.

Ed ecco che esistono stablecoin nelle varie blockchain, Bitcoin, Ethereum e Tron per limitarci ai casi di maggior interesse, senza peraltro voler accomunare queste blockchain per solidità, decentralizazzione e sicurezza, visto che le tre sono molto diverse e lo sono in aspetti fondamentali. Ma senza entrare nel merito di blockchain buona e blockchain cattiva ritorniamo alle stable coin.

Vediamo alcuni numeri perché cominciano ad essere interessanti:

capitalizzazione delle stablecoin: $10B

I volumi appaiono interessanti anche se sono fortemente concentrati in una singola stable coin, la USDT emessa da Tether.

Volumi di scambio in 24 ore. Fonte ( https://cryptoslate.com/cryptos/stablecoin/ )

Per intenderci in questo momento i volumi scambiati da USDT sono i maggiori di tutto il settore cripto, superiori a quelli dello stesso bitcoin

fonte https://coinmarketcap.com/

Ma il punto è: a cosa servono le stable coin e perché ce ne sono tante?

Ci sono varie valide ragioni per lo sviluppo delle stable coin. La prima è che ovviamente sono stabili nel prezzo e questo già le rende interessanti come monete transazionali. Ma possiamo approfondire ulteriormente.

Store of value temporaneo, sì sembra forse paradossale ma i trader sono come sportivi sotto stress, non sempre in grado di tenere gli asset rischiosi in portafoglio. Hanno bisogno di tirare il fiato, ragionare e de-investire riportando il valore dentro un asset più facilmente liquidabile: la moneta fiat. Ma dato che non tutti gli exchange sono in grado per ragioni legali di tenere fondi in valuta statale senza opportuna licenza o semplicemente perché nessuna banca gli permette di aprire un conto vista la rischiosità del settore cripto, ecco che le stable coin sono un perfetto proxy verso le fiat. Possono essere utilizzate come store of value temporaneo in momenti di volatilità e trasferite da un exchange all’altro senza mai uscire dai protocolli blockchain. Diventano una scorciatoia per scambio denominato in moneta statale senza passare dai rispettivi circuiti SEPA o SWIFT. Sembra poco? Non lo è.

Programmabilità. Un aspetto molto interessante è la programmabilità nativa che le criptovalute conferiscono alle stablecoin. Mi piace pensare che se definiamo fintech un software che gestisce il denaro, possiamo definire dualmente gli smart contract come il denaro che esegue il proprio software. La differenza è sostanziale e tante sono le possibilità che si aprono. Ad esempio un fondo pensione (pensavo all’INPS) potrebbe essere rimpiazzato da uno singolo smart contract (ed eventualmente da un customer care) con una funzione molto semplice: ricevere contributi dai lavoratori, aggiornare il loro status contributivo e versare prestazioni ai pensionati già aventi diritto. Questa è solo una delle applicazioni possibili (sperando che non si usi var pippo nel codice dello smart contract). Si possono in creare flussi pre-programmati per la pubblica amministrazione, ogni ministero potrebbe automatizzare direttamente la gestione del suo portafogli. Pensiamo ai sussidi alle imprese, alla Cassa Integrazione, ai contributi per ricerca e innovazione. Cosa impedisce di fatto l’utilizzo degli smart contract in applicazioni istituzionali? Sostanzialmente il fatto che sono “denominati” in bitcoin, ether, monero eccetera e chiaramente questo non ne permette la metabolizzazione nell’organismo statale. Ma se fossero denominati in euro e la loro liquidabilità fosse garantita? La cosa cambierebbe totalmente e le stable coin potrebbero rappresentare un perfetto mix di programmabilità e garanzia.

Unbanked, nel mondo ci sono quasi due miliardi di adulti “sbancati” o meglio unbanked, ovvero che non hanno accesso ad un conto bancario o di pagamento. Questo presuppone che gli stessi operino nell’economia del contante e quindi rinuncino alle opportunità dei pagamenti elettronici sia come consumatori di beni che come produttori. Le stablecoin hanno un’interessante caratteristica, esse vengono emesse o riscattate presso un’istituzione (ndr. non è sempre vero ma per semplicità evitiamo per ora di scendere nei dettagli) che quindi verifica e opera secondo tutti i dettami della normativa anti-riciclaggio. Tuttavia una volta trasformate in stablecoin queste possono essere trasmesse da un individuo all’altro in una modalità “al portatore” ma digitale, e quindi da remoto e senza identificazione.

Location of stablecoin teams worldwide from Blockchain‘s excellent stablecoin report

In quanti modi si può rendere stabile una stable coin?

TL;DR La risposta è: uno solo.

Ma arriviamoci per gradi. Ci sono almeno tre diversi modi in teoria:

  • token emesso a fronte di un collaterale in moneta fiat custodito da un ente fidato che fornisce garanzia di liquidazione, ad esempio USDT Tether, USDT di Circle, Stasis Euro.
  • token emesso da uno smart contract a fronte di un collaterale in criptomoneta che può essere liquidato programmaticamente, ad esempio DAI di MakerDAO.
  • senza collaterale e attraverso la creazione di un supply elastico basato sullo stesso principio delle banche centrali ma senza banche centrali, ad esempio le Seignorage Shares implementate nei progetto Basis e Carbon.
fonte https://hackernoon.com/stablecoins-designing-a-price-stable-cryptocurrency-6bf24e2689e5

Le stable coin con collaterale in moneta fiat

Le stable coin con collaterale in moneta fiat, o collaterale offchain, ovviamente richiedono un meccanismo di fiducia che garantisca che in qualsiasi momento un token possa essere riscattato e quindi liquidato. In pratica possiamo pensare esistano due operazioni fondamentali, l’emissione (o minting) ed il riscatto o liquidazione (redeem). Se io verso 1 euro dentro il fondo, che garantisce la stable coin, ricevo in cambio 1 token che da quel momento può essere scambiato utilizzando la blockchain ed i suoi protocolli. Tecnicamente non c’è niente di complicato, esiste un fondo salvadanaio che garantisce sempre di poter liquidare i token in euro o dollari all’occorrenza. Questo è di gran lunga il meccanismo più utilizzato. Resta poi da capire se l’ente che custodisce il salvadanaio sia o meno autorizzato ad utilizzare tali fondi di collaterale per scopi diversi oppure se si deve impegnare a tenerli bloccati senza altri utilizzi e fino alla richiesta di riscatto da parte dei portatori di token. Ci sono state molte polemiche in passato sulla regina delle stablecoin, il USD Tether, ma sarebbe troppo lungo entrare nei dettagli. Questo meccanismo è considerato “efficiente” in quanto nel caso peggiore il salvadanaio deve contenere tanti euro (o dollari) quanti sono i token in circolazione. Quindi 1:1. In realtà una banca potrebbe perfino operare come ente garante del salvadanaio ed utilizzare il meccanismo della riserva frazionaria emettendo più token di quelli “bloccati” nel conto salvadanaio, aumentando quindi l’efficienza del sistema se per efficienza intendiamo il rapporto tra fondi bloccati e token in circolazione.

La stablecoin con collaterale in cripto

La stablecoin con collaterale in cripto è implementabile con uno smart contract. Di fatto l’idea è quella di partire da una criptomoneta volatile e cederne il rischio dovuto alla volatilità a qualcuno disposto ad accollarselo. Ma perché dovremmo trovare qualcuno disposto ad accollarsi questo rischio? Perché la volatilità è bidirezionale, c’è un rischio ma anche un’opportunità di guadagno. Possiamo immaginare Alice e Bob dove la prima non vuole il rischio di volatilità e il secondo è disposto ad accettarlo. Alice e Bob creano uno smart contract ed entrambi mettono dentro 1 ether che supponiamo valga oggi $100. Il contratto quindi dispone di 2 eth, ovvero $200 di valore nozionale. In cambio Alice ottiene subito dal contratto 100 stable-token del valore di 1$ l’uno, mentre Bob ottiene 100 risky-token. La regola copre tre casi:

  1. se il giorno dopo eth è stabile (non ha cambiato prezzo) Alice potrà ottenere indietro esattamente il suo eth se vorrà liquidare tutti i 100 stable token, idem per Bob.

2. se il giorno dopo eth si apprezza, ad esempio passa da $100 a $200, Alice potrà liquidare i suoi 100 stable-token e ottenere l’equivalente di $100, ovvero 0.5 eth, mentre Bob potrà prendere tutto il resto, ovvero 1.5 eth ($300), per la precisione 0.015 eth per ogni risky-token che possiede, realizzando dunque un profitto, la giusta ricompensa per essersi accollato il rischio.

3. se invece il giorno dopo eth diminuisce di prezzo, ad esempio passa da $100 a $66, Alice potrà comunque liquidare i suoi 100 stable token e ottenere 1.5 eth (ancora $100). Per Bob purtroppo i suoi 100 risky token valgono 0.5 eth e il suo investimento si è dimezzato.

Nel caso estremo se eth passa da $100 a $50, Alice sarà ancora in grado di liquidare i suoi token ottenendo 2 eth ($100), mentre Bob vedrà i suoi risky token valere esattamente zero. Si deduce che la protezione che il contratto ha prodotto nei confronti di Alice è inefficace per un crollo superiore al 50%, questo perché il nostro contratto ha un collaterale pari al 200% della somma da stabilizzare. Per questa ragione le stablecoin con collaterale in cripto sono inefficienti dal punto di vista del capitale.

Questi meccanismi non sono nuovi e non sono altro che un modo di cedere il rischio, la cosa interessante è che non sono regolati da contratti scritti su un pezzo di carta e in forza di qualche legge, ma sono automaticamente eseguiti da uno smart contract la cui logica di esecuzione è trasparente alle parti e immodificabile.

Un caso esemplare di questa tipologia di smart contract è il MakerDAO. L’emissione di DAI avviene quando l’utente blocca un certo collaterale in dentro uno smart contract detto vault, il collaterale minimo è pari al 150% del valore emesso in DAI. Ma tale soglia è quella a cui la vault verrebbe messa in liquidazione, per cui è sempre auspicabile un collaterale pari al 200% e oltre. Quando parte la procedura di liquidazione il collaterale viene usato per comprare i DAI dal mercato secondario e “bruciarli” in modo da garantire che il circolante in DAI abbia sempre un collaterale.

Il collaterale delle vault DAI può essere ether, bitcoin e BAT. Bitcoin è incapsulato dentro un token erc20 attraverso un meccanismo di peg (ovvero un token emesso per ogni bitcoin “bloccato” in un determinato wallet, non molto diverso da quanto viene fatto per rappresentare un dollaro in un USDT Tether). Questo permette ai bitcoin di essere programmabili con gli smart contract di Ethereum.

Stable coin senza collaterale

Infine l’ultimo tipo di stable coin è quello ideato nelle Seignorage Shares. In questo modello lo smart contract si comporta come una banca centrale e di fatto non richiede nessun collaterale. Per la sua implementazione sono previsti almeno due tipi di coin: la stable coin di cui si vuole stabilizzare il prezzo ed un bond coin. In generale la stable coin ha un prezzo osservabile attraverso un meccanismo basato su oracoli decentralizzati e il suo obiettivo potrebbe essere il prezzo di un dollaro. La seconda coin invece è quella che “assorbe” la volatilità, essa può consistere in un titolo di credito o bond che può essere acquistato con la stablecoin e che alla scadenza da diritto ad 1 stablecoin. Quando il prezzo della stablecoin è in discesa ( ad esempio $0.9 ) questo indica un eccesso di circolante e per mitigare l’eccesso lo smart contract emette nuovi bond e li mette all’asta. Il fatto che il prezzo della stable sia inferiore a $1 e la promessa di un guadagno futuro spinge gli investitori a spendere gli stable per comprare i bond, gli stable verrebbero distrutti nella transazione diminuendo l’offerta di stable e riportando il prezzo vicino a $1. Nel caso contrario, se il prezzo della stable è in crescita (ad esempio $1.1) lo smart contract decide di creare extra stablecoin per acquisire bond dal mercato e distruggerli, aumentando l’offerta di stable che dovrebbe dunque abbassarne il prezzo.

Tra le implementazioni di questi protocolli di seignorage shares vanno citati i progetti Basis e Carbon. Interessante notare che il progetto Basis è stato sospeso dagli autori perché la SEC (autorità di vigilanza americana) ha posto la sua attenzione sul progetto e questo non è stato accolto come una normale procedura dagli autori ma come un’interferenza totalmente distruttiva convincendoli a chiudere completamente il progetto.

Libra e le altre, ovvero le criptovalute di stato

Infine vediamo le ultime protagoniste delle cronache. Fiumi di parole sono stati spesi su Libra e non crediamo di poter contribuire a spiegare meglio di tanti altri in cosa consista questo progetto e in cosa sia consistita la reazione delle autorità. L’unico aspetto che vogliamo cogliere è che Libra si basava su due ingredienti ad alto tasso di esplosione: l’enorme base di utenti potenzialmente pronti ad adottarla e la stabilizzazione basata su un paniere costituito da titoli di stato. Avere da un lato oltre un miliardo di utenti e dall’altro poter decidere quali titoli di stato sono “buoni” e quali no avrebbe dato a Libra e ai suoi mastermind la capacità di governare e controllare l’economia ad un livello di cui forse oggi non dispongono neanche le banche centrali. I BOT italiani non ci piacciono? non li mettiamo nel paniere. I titoli americani ci piacciono? li mettiamo nel paniere. Essere un cliente così importante nel mercato dei titoli di stato ti permetterebbe di influenzare prezzi e condizioni e quindi le sorti delle politiche economiche e fiscali di interi paesi.

E questo non credo piaccia ai governi!!

Che quindi si sono inventati le criptovalute di stato. Ma le parole sono importanti, “criptovaluta di stato”, anche a ripeterlo a voce alta non suona più convincente.

Ricapitoliamo un attimo qual è il modello di attacco per cui Bitcoin ha senso e con lui le monete basate su blockchain.

La blockchain e le criptovalute risolvono un problema semplice semplice: come trasferire un valore da un registro A ad un registro B rispettando delle regole condivise a priori e senza che ci sia qualcuno che decida arbitrariamente di cambiarle o di eluderle. Si chiamano cripto non perché siano criptate ma perché grazie alla crittografia è possibile firmare digitalmente l’equivalente di “assegni” e trasferire il valore da A a B senza che A e B si conoscano e senza che A e B siano noti o autorizzati da qualcuno. Basta che rispettino le regole del protocollo informatico.

Non mi pare una cosa molto compatibile con l’idea di criptovaluta di Stato.

Ma infatti non bisogna neppure pensare che gli stati vogliano fare delle criptovalute, piuttosto vogliono fare delle valute digitali totalmente centralizzate. Ma che vantaggi porterebbero?

  • inclusione: invece di avere il conto presso una banca commerciale ognuno di noi potrebbe avere il conto direttamente presso la BCE. Utile? Beh, almeno sembra semplice e alla portata di tutti.
  • efficienza: Non avremmo più bisogno delle clearing house, i pagamenti sarebbero immediatamente addebitati e accreditati in un unico registro centrale. In un colpo solo si farebbe fuori un business ipermiliardario.
  • legalità: grazie al monitoraggio delle attività illecite. Ogni transazione potrebbe essere monitorata direttamente. Non ci sarebbe bisogno di “seguire il denaro”, il denaro è lì a disposizione delle autorità in tutta la sua storia dalla culla alla tomba.

Per approfondire i vantaggi alcuni accademici americani hanno prodotto un paper nel quale evidenziano tutti i vantaggi di un dollaro digitale di Stato.

Sembra uno scenario idilliaco. Perché non adottarlo immediatamente? A dispetto di quello che molti pensano l’attuale sistema non è così centralizzato. Le banche commerciali “creano” denaro, le transazioni sono sparse fra vari conti di tesoreria e poi riconciliate e compensate nelle clearing house.

Si potrebbe obiettare che i primi tentativi di valuta digitale di stato siano goffi e mal riusciti, pensiamo subito al Petro del Venezuela, di fatto un tentativo di aggirare le sanzioni internazionali grazie ad una ICO di stato.

In realtà sgombrando il campo dall’ipotesi di una realizzazione naif quali sarebbero i problemi di una valuta digitale di stato?

  • Single point of failure, il sistema è vulnerabile dove concentra la sua funzione vitale. Un bel data leak a livello centrale colpirebbe tutti in modo generalizzato ed in un colpo solo. Per non parlare di un malfunzionamento che bloccherebbe di fatto l’economia intera.
  • Abuso della vigilanza, nessuna transazione passerebbe inosservata. Vogliamo davvero questo?
  • Corruzione del controllo, eliminare gli intermediari sembra bello ma vogliamo veramente che “uno” decida su tutto, come evidenziato da Massimo Simbula.

Conclusioni

Le stable coin sono utili. Quelle di cui abbiamo discusso qui sono prevalentemente legate alla crittografia e alla possibilità di “viaggiare” sui binari dei protocolli delle criptovalute. ma esistono anche le valute digitali di Stato e Libra. Queste sono cose totalmente diverse e dobbiamo stare attenti perché così come difendiamo a spada tratta il diritto di non usare l’app di contact tracing quella della moneta è una battaglia ancora più grande che riguarda il delicato equilibrio tra autorità dei governi e le libertà individuali.

Tornando alle stablecoin in blockchain abbiamo visto tre modi per realizzarle, con collaterale in moneta a corso legale, con collaterale in cripto e senza collaterale. Sfortunatamente se si vanno a vedere i numeri:

  • Collaterale in moneta a corso legale, USDT Tether e simili = $10B
  • Collaterale in cripto, DAI = $600M
  • Senza collaterale, Basis e Carbon ? (praticamente zero)

“Dai DAI!”, potrebbe essere un’inizio incoraggiante per la seconda categoria ma peccato che da qualche mese visto il mercato molto ribassista i meccanismi di stabilizzazione degli smart contract siano puntalmente falliti costringendo la community di MakerDAO a votare per introdurre USDC come ulteriore tipo di collaterale cercando dunque un’ancora di salvezza nella stabilità fornita in modo indiretto da un’altra stable coin (di quelle garantite da collaterale in fiat)

Oro in blockchain

Non che sia un argomento così nuovo ma siccome in questo periodo in molti nei social parlano e scrivono di Covid-19 prima in qualità di virologi, poi di data scientist (mai visti tanti diagrammi online tutti insieme) e fra poco sarà il turno degli economisti della ricostruzione, io preferisco parlare di qualcos’altro e restare sulle mie corde. Anche partendo da questo distacco tuttavia il Covid-19 entra a far parte del discorso e vedremo perché. La mia curiosità parte dal fatto che gli amici di smartvalor.com hanno appena aperto un nuovo market per l’acquisto di oro (token Paxos Gold) attraverso la loro piattaforma. E non sono gli unici, anche Revolut ha annunciato l’oro come bene acquistabile dalla sua app.

Il tempismo è perfetto, infatti in situazioni di crisi è normale che le persone vogliano acquistare beni rifugio. La borsa va a picco, il petrolio non ne parliamo e anche Bitcoin è vicino ai minimi dell’ultimo anno quindi avranno pensato che mettere a disposizione degli utenti registrati l’acquisto di oro tokenizzato fosse una buona idea. A dire il vero neppure l’oro se la passa benissimo perché seppur meno volatile ha pure lui un andamento leggermente negativo. A chi chiede come mai il Bitcoin non si comporta da oro digitale e perde così tanto bisognerebbe far rispondere un esperto, mi limito a pensare che l’oro avendo $3T di capitalizzazione e una grande liquidità sia molto meno volatile del piccolissimo Bitcoin che ha meno di $100B e poca liquidità tralaltro segmentata in migliaia di micro-exchange.

Ma tornando a Paxos Gold, si tratta di un token Ethereum (un ERC20 per intenderci fra sviluppatori) che ha come collaterale dei lingotti d’oro. A detta del fondatore, Paxos garantisce che ogni token abbia come collaterale un’oncia d’oro di qualità Good Delivery secondo lo standard della London Bullion Market Association e tali lingotti sono custoditi presso caveau professionali a Londra.

Paxos ci tiene a precisare che si tratta di proprietà di oro fisico allocato e non di un prodotto finanziario come future, ETF o oro non allocato. Non essendo un legale è difficile per me addentrarmi e distinguere con chiarezza se la differenza tra la proprietà oro fisico e la proprietà di oro non allocato, tuttavia ho fatto le mie ricerche direttamente su Paxos e sul suo token.

Il supply è di circa 11000 token, quindi 11000 once d’oro, vista l’equivalenza 1 token = 1 oz.

Sul sito di Paxos è possibile indicare un indirizzo Ethereum e verificare a quale lingotto d’oro (hanno un seriale) i nostri token sono associati. Dal momento che un lingotto d’oro pesa circa 400 oz ne deriva immediatamente che possedere un 1 PAXG significa possedere la quota di un lingotto e non tutto il “pezzo” fisico. Anche possedere 400 PAXG non garantisce il possesso esclusivo dal momento che potremmo aver ricevuto i token in momenti diversi da persone diverse e quindi cadere nella situazione in cui possediamo una percentuale di vari lingotti ma nessun lingotto. A tale proposito Paxos informa gli utenti che la dispersione della proprietà sarà mantenuta sotto controllo in modo da evitare la situazione in cui l’utente possieda mezzo lingotto A e mezzo lingotto B, ma nessuno dei due in modo esclusivo.

Comunque ho acquistato una piccola quantità di Paxos Gold e trasferita dall’exchange al mio wallet Metamask e hurray! Adesso posso prendere questo piccola pagliuzza virtuale e frazionarla ancora. Piccola parentesi nerd, l’oro fisico è uno dei materiali più duttili che esistano in natura e si può lavorare in lamine sottili come un solo strato atomico. L’oro ha massa atomica pari a 196 u e quindi un atomo peserebbe circa 3e-25 g. E nel caso dell’oro tokenizzato? Dato che 1 oz = 28 g circa e che un token erc20 può essere frazionato alla diciottesima cifra decimale l’unità minima dell’oro in blockchain diventa 2.8e-17 g ovvero la frazione più piccola che possiamo tokenizzare rappresenterebbe il peso di circa 100 milioni di atomi. Chiusa parentesi nerd.

Fare una ICO non è una passeggiata

Uno degli articoli più letti del mio blog è “Fare una ICO in pochi semplici passi“. Il titolo è sicuramente un po’ catchy ma sinceramente è nato come una specie di corso istantaneo sugli elementi fondamentali di una ICO e con una forte attenzione agli aspetti tecnici, in particolare agli smart contract.

La caratteristica più evidente delle ICO di qualche mese fa era la totale centralità dell’aspetto tecnico e la totale novità di creare un collettore di investimenti usando poche righe di codice sorgente in linguaggio Solidity.

Questa era la novità! Ovvero la conseguenza naturale delle criptovalute e degli smart contract si concretizzava nella raccolta di fondi erogati da anonimi, attraverso un codice che girava “serverless” a fronte di un white paper che somigliava più ad una tesina di uno studente che ad un business plan. Ed era un mondo bello! Un mondo affascinante e pericoloso dove i techies si aggiravano come rockstar o meglio come eroi e antieroi belli e ribelli pronti a rivoluzionare il mondo o a truffare qualche ingenuo coiner. Ma è un mondo che non esiste più. Sono infatti passati alcuni mesi.

Nell’era della blockchain pochi mesi rappresentano un passato remoto e gli anni sono epoche. Ciò che funzionava un anno fa non è detto che possa funzionare oggi. Negli ultimi due anni ho seguito con molto interesse diverse ICO, piccole e grandi. Ho incontrato decine di ICO proponents, molti curiosi e molti “wannabe investors” che hanno puntato su questo o quel progetto. Io stesso ho puntato qualche chip dove mi sembrava di vedere valore ma qualche volta semplicemente per FOMO. Ci sono una serie di caveats che ho imparato.

Tempo. Fare una ICO non è una cosa immediata. Non si fa in un mese e neanche in 3 mesi. Fare una ICO dall’idea alla raccolta potrebbe richiedere anche un anno.

Tecnica. Creare token è facile ma poi … Posso creare token ERC20 in cinque minuti con l’IDE remix senza neanche scaricarmi la blockchain. Eppure questo non fa di un token qualcosa che valga la pena essere comprato. Dare un senso ed un valore è molto più difficile.

Token? perché? Non è detto che al tuo progetto serva una ICO ed un token. O meglio, a che serve il tuo token? Può essere rimpiazzato da un coin nativo? Se sì allora cosa aggiunge? Io dico sempre a chi me lo chiede, se fai una ICO ed emetti un token allora devi costruire un nuovo ecosistema non un semplice prodotto. In un ecosistema tu potresti non essere il centro. E’ la decentralizazzione baby.

Esperti. Tutti sono esperti di blockchain e di ICO. Attaccarsi una medaglia di ICO advisor o ICO expert su linkedin non è così difficile. Ma cosa significa praticamente? In molti saltano sul carro del vincitore, ma bisogna guardare chi si occupa di blockchain da 1 anno e distinguerlo da chi se ne occupa da 3 mesi o da 5 anni.

Compliance. La compliance sta per soffocare o forse farei meglio a dire sta per trasformare il mondo ICO. Ormai il Know Your Customer sta diventanto preponderante. Questo significa che la meravigliosa semplicità di una ICO retta da soli due smart contract è sparita. Ora bisogna verificare identità, conservare dati personali, ottemperare alla GDPR (anche nota come “fine del mondo”).

Centralizzazione e FIAT. Ormai le ICO vendono i loro token con diverse valute, sia cripto che FIAT. Questo enfatizza ancora che lo schema semplice e bello di uno smart contract Ethereum che vende token in cambio di ETH non basta. Ma se non basta allora forse non serve. Nascono sempre più soluzioni “centralizzate” che gestiscono la vendita dei token.

Sicurezza. Non si deve mai risparmiare sulla sicurezza. Fare audit degli smart contract e di ogni porzione di codice che gestire il denaro non è una semplice prassi, dovrebbe essere un obbligo morale e professionale. I bug sono i malintesi tra l’uomo e la macchina e succedono sempre.

Marketing. Le ICO sono migliaia, quindi nessuno noterà la tua. Questo è un po’ quello che succede oggi. Oltre ad aver inventato un bel business decentralizzato e scritto del codice sicuro devi anche farti conoscere. Banale. Ma all’aumentare del numero di ICO aumenta il rumore e la competizione. Gli investimenti in marketing diventano una barriera di ingresso. Fare il post su BitcoinTalk e aprire un gruppo telegram sono senz’altro necessari ma non sufficienti. Facebook ha ormai bannato ogni tentativo di pubblicizzare ICO (ma persino libri su criptovalute). Quindi il marketing deve battere nuovi canali ogni volta. Post a pagamento, partecipazioni a convegni e fiere naturalmente. La vicinanza alle community che contano è sempre un plus. Non mi meraviglierei di vedere fra qualche mese le prime ICO con spot televisivi.

Legal. Naturalmente questo è un aspetto essenziale. Come si può fare una ICO e stare tranquilli? Ad esempio quante ICO italiane ci sono state? Poche direi. Me ne vengono in mente una o due. Il motivo? L’incertezza degli aspetti giuridici. Perché fare una ICO quando un pretore qualunque in cerca di notorietà potrebbe puntarvi la prora addosso e accusarvi di frode o vendita non autorizzata al pubblico di prodotti finanziari. Ma non è l’Italia il problema per gli ICOers. La SEC americana è forse il baluardo più ostico. Centinaia di inviti a comparire sono stati inviati negli ultimi mesi.

Utility Token Vs Security Token. Nel primo caso sei a posto, nel secondo la SEC ti viene a cercare. In realtà dire che il proprio token è utility scrivendolo cento volte nel white paper non significa niente. Quasi sempre gli utility token non sono utility per niente. Quasi sempre i prodotti proposti possono funzionare senza quei token. Come già detto se fai un prodotto non ti serve fare un utility token.

Good news. Ci sono anche buone notizie però. I security token non sono il male, anzi. Penso che il 2018 e 2019 vedranno l’ascesa dei token security o asset token capaci di rappresentare asset fisici o finanziari. Naturalmente questo potrà funzionare solo grazie a qualche marchingegno legale che permetta di usare i token in blockchain come elementi rappresentativi di diritti di proprietà o di utilizzo. Altre buone notizie, beh le ICO così come le criptovalute sono qui per restare. Sono anche loro una diretta conseguenza del paper di Satoshi.

 

 

 

Dagli Smart Contract alle ICO

Finalmente è su Kindle.

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Bitcoin ha fatto emergere un nuovo territorio da esplorare in cui la parola chiave è blockchain. Nell’intersezione unica fra finanza, economia, tecnologia, matematica e diritto si sta plasmando un mondo che è ancora praticamente sconosciuto ai più.

Oltre ad abilitare pagamenti senza l’intermediazione delle banche, la blockchain diventa la piattaforma su cui implementare servizi più articolati e complessi come gli smart contract. Se Bitcoin ha introdotto il concetto di criptomoneta, gli smart contract introducono l’idea di denaro programmabile. Non tanto un software che gestisce denaro quindi, ma piuttosto un denaro che contiene il suo software.
Anche la finanza si sta trasformando per accogliere queste innovazioni. Negli ultimi due anni decine di startup hanno ottenuto finanziamenti attraverso una ICO, cioè una “Initial Coin Offering”. In questo modo ogni organizzazione può in pratica battere la sua moneta. Un territorio nuovo e pieno di ramificazioni legali, ma dagli sviluppi interessanti e in qualche modo inevitabili.