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La blockchain è nata come soluzione praticabile per la generazione di un sistema di contabilità e pagamenti sicuro, disintermediato e globale. Di conseguenza quando si parla di blockchain si parla quasi automaticamente di finanza e tutto sommato a ragion veduta. Invece oltre la creazione delle cosiddette criptovalute la blockchain ha stimolato la fantasia di inventori e imprenditori in molti campi applicativi non finanziari. Se da un lato aggiungere la parola blockchain ad un business plan porti maggior attenzione, in realtà bisogna fare attenzione a non brandire la blockchain come una soluzione non sense in cerca di problemi.

 

Una delle caratteristiche che più di altre stimola la creatività del problem-solver è la possibilità di mettere su un database immutabile una dato con una marca temporale. Questa è una vera e propria capacità di notarizzare il possesso di un certo dato in un certo momento da parte di un individuo, quest’ultimo riconducibile ad una certa chiave pubblica.

 

Quindi il tracciamento di un processo o di un prodotto all’interno di una filiera sembra un business case quasi immediato. In effetti immaginando la filiera produttiva come un processo in cui si parte da materie prime, si producono semilavorati fino a giungere al prodotto finito è sicuramente utile mostrare evidenze di come queste trasformazioni avvengano, di chi le faccia, di come le faccia e se vengano rispettati tutti i requisiti di genuinità, di etica produttiva, di salvaguardia ambientale e così via.

 

Se si scrive tracciamento cibi su google si ottengono decine di risultati e solo in italiano. Questo significa che il settore sta vivendo una fase di notevole interesse e di sperimentazione. Tuttavia dobbiamo essere critici e capire se ci serve veramente la blockchain dove invece basterebbe un normale database e un po’ di organizzazione e fiducia nei confronti di un consorzio.

 

La blockchain viene spesso chiamata fabbrica della fiducia, ovvero un sistema che funziona anche se gli attori che partecipano non sono trusted fra di loro. Questo è un bel vantaggio quando si trasferiscono delle somme. Ma nel caso della provenienza dei cibi (o di qualsiasi altro prodotto) possiamo veramente fare a meno di “fidarci” dei partecipanti?

 

Supponiamo che Alberto abbia un vigneto, Berenice produca il vino e che Carlo sia un ristoratore. Questa è una filiera molto corta ma serve giusto a dare un esempio semplice. In questo caso Carlo vuole garantire ai suoi clienti che il vino sia effettivamente quello di Berenice perché si fida del marchio e perché sa che usa le uve di Alberto che coltiva senza pesticidi e paga in modo equo i suoi collaboratori. Questa piccola filiera come può essere certificata? Il primo passo è garantire l’autenticità della bottiglia e questo può richiedere una qualche forma di etichettatura elettronica. Ad esempio inquadrando il codice a barre un’applicazione è in grado di verificare che quel codice è quello di una bottiglia che si trova proprio nel ristorante di Carlo. Andando a ritroso nella filiera Berenice deve poter dimostrare che le uve utilizzate siano quelle del vigneto di Alberto. Qui è più difficile dimostrare matematicamente che le uve siano quelle e non siano state sostituite da altre, bisogna quindi fidarsi di qualcuno che lo attesti per noi. Per esempio Berenice stessa oppure un terzo che attesti che Berenice ha comprato le uve da Alberto e le abbia usate per fare il vino.

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Naturalmente per tenere traccia di queste attestazioni ogni certificatore potrebbe creare un suo database e mettere queste informazioni online su richiesta. Ecco che però tali database potrebbero essere non solo hackerati ma magari manomessi dagli stessi certificatori a seguito di minacce o corruzione. Ecco che la capacità della blockchain di notarizzare questi certificati con data certa e in maniera immutabile sembra diventare quasi una killer application. Tuttavia le cose non sono mai così semplici. Infatti mettere su una blockchain dei dati non basta, bisogna anche che tutti i partecipanti della filiera si mettano d’accordo su un formato e su un protocollo per creare i certificati. Generalmente questo è molto difficile. Per cui spesso succede che delle startup propongano il loro standard ed il loro modello di certificazione, ma in tal caso si rischia poi di far dipendere tutto il processo dalla suddetta startup che centralizza delle funzioni critiche di governance del modello. Insomma, la blockchain è ottima per creare denaro crittografico e anche smart contracts perché le regole del protocollo sono tali che conviene rispettarle anche se siamo disonesti perché è la strategia “più” vincente. Ma per le altre applicazioni di tipo non finanziario bisogna stare molto attenti. Non è tutto oro digitale quello che luccica. In altre parole sulla blockchain si notarizza facilmente che un certo dato è stato creato da una certa persona in un dato momento, ma se questo dato deve corrispondere ad un evento nel mondo fisico bisogna poi attestarne la genuinità e questo non lo risolve la blockchain.

— Davide Carboni