Una delle critiche più fondate che si può fare alle criptovalute e al Bitcoin in particolare è relativa alla sua volatilità in termini di potere d’acquisto. Come posso spendere 1 bitcoin oggi per comprare un’auto quando fra un anno magari mi ci posso comprare una casa. Questo perché abbiamo assistito fino ad oggi ad un trend rialzista con velocità da capogiro senza eguali nella storia anche considerato che non si tratta di una meteora della durata di qualche settimana. Bitcoin è online dal 2009 e stiamo entrando nel suo decimo anno.

Viceversa in un trend ribassista, da esercente mi porrei il problema opposto: come posso vendere una casa al prezzo di 1 bitcoin, quando magari fra un anno la stessa casa la venderei per 10 bitcoin.

A questa critica in genere il bitcoiner convinto risponde che la volatilità è adesso, ma in futuro non sarà così, che in futuro i bitcoin saranno distribuiti e soprattutto usati in modo pervasivo livellando di fatto le fluttuazioni. Un’altra replica comune è che la vera instabilità è quella della moneta fiat che perde continuamente valore a causa dell’iperinflazione e delle politiche monetarie scellerate.

Queste spiegazioni non mi hanno mai convinto del tutto. Data la scarsità imposta dall’algoritmo mi pare invece che la tendenza prevalente risulti quella di tenere i bitcoin come riserva di valore sottraendoli al circuito economico e causandone il rialzo di prezzo e la disaffezione da parte degli esercenti che potrebbero favorire altre criptomonete capaci magari di stabilizzarsi con una maggior inflazione.

L’inflazione però è il nemico pubblico numero uno della filosofia Bitcoin e di chi la abbraccia in modo integrale. La sola inflazione consentita è quella programmata da Satoshi Nakamoto e inalterabile nella sua codifica: 12.5 nuovi bitcoin ogni dieci minuti fino al prossimo halving, evento che ogni quattro anni dimezza l’erogazione di nuovi bitcoin.

In uno scenario di adozione massiva, avere a disposizione 21 milioni di monete (frazionabili certo) a rappresentare la ricchezza globale sembra sottintendere che l’economia sottostante e la sua ricchezza non debbano mai crescere. In caso di crescita sarebbe inevitabile una maggior richiesta di moneta e quindi l’aumento del suo potere d’acquisto. Ma lasciando perdere se è giusto abbracciare la scarsità imposta o qualche altra scuola di pensiero torniamo alla mera osservazione del potere d’acquisto di 1 bitcoin.

A proposito di stabilità esiste la teoria di Hayek sul denaro privato che sostanzialmente postula che in un mercato in cui la moneta di stato monopolista viene abolita e le monete emesse da privati entrano in competizione, solo le monete più stabili nel potere d’acquisto sopravvivono mentre quelle con maggior volatilità spariscono. Nessuno ha mai potuto dimostrare questa teoria dato che non esiste un sistema di moneta privata o meglio non esisteva. Forse le criptovalute sono proprio le monete private che possono competere per conquistare il mercato monetario globale e scalzare sia le monete di stato che le altre criptovalute volatili.

Questo significherebbe che Bitcoin potrebbe essere scalzato da una moneta più stabile. Ma esistono criptovalute più stabili? A ben guardare questa fase che sarà pure di transizione tutte le monete sono molto volatili e minore è la loro liquidità e la loro capitalizzazione più facilmente risultano instabili e destinate a manipolazioni e fluttuazioni.

In questo scenario Bitcoin potrebbe vincere la partita per via della sua capitalizzazione e maggior liquidità. Ma possono esistere delle criptovalute capaci di autostabilizzarsi in modo ancora più efficiente, ovvero progettate per stabilizzarsi?

Derivati, assicurazioni e smart contract

Una soluzione immediata e parziale la potremmo proporre con un token Ethereum ERC20. Suoponiamo di scrivere uno smart contract (chiamiamolo il Fondo) che riceve da noi 1 ETH al valore di oggi di $700 e ci da in cambio 700 token, chiamiamoli 700 ET$. La cosa interessante è che se domani il prezzo di ETH salisse ad esempio a 1 ETH = $1400 il nostro Fondo potrebbe garantire una nostra eventuale richiesta di riscattare i nostri 700ET$ dandoci in cambio 0.5 ETH dei suoi complessivi 1.0 ETH

Il caso contrario però non funzionerebbe, supponiamo che invece di salire il prezzo dell’ETH scendesse a 1ETH = $350. In tal caso il nostro Fondo non potrebbe garantire i 700ET$ in circolazione, infatti il suo balance di 1 ETH non coprirebbe più i $700 richiesti. Ecco perché sarebbe una soluzione parziale, che funziona solo in caso rialzista.

Per risolvere il problema si potrebbe creare una specie di derivato, un’assicurazione che vedrebbe come assicurato il nostro Fondo e come assicuratore un (uno o più) investitore che mette una somma di ETH at-stake. Se il prezzo di ETH sale, l’investitore si prende la differenza tra il balance del Fondo e quanto necessario per coprire gli ET$ in circolazione. Ad esempio, nel caso in esame, ad un rialzo di ETH a $1400, l’assicuratore si prenderebbe subito 0.5 ETH, lasciando in cassa gli altri 0.5 ETH necessari per garantire i 700ET$ in circolazione.

Nel caso opposto, ovvero di crollo di ETH a $350, sarebbe l’assicuratore a dover erogare la somma di 1ETH al Fondo per poter arrivare al balance di 2ETH necessari per garantire i 700ET$ in circolazione. In pratica, attraverso uno strumento assicurativo altamente speculativo si potrebbe garantire la copertura di una moneta emessa e agganciata al valore in dollari. Posto che il dollaro sia il miglior indice di riferimento per il potere d’acquisto, ipotesi non del tutto fondata come sappiamo.

Una soluzione simile a questa appena descritta è implementata e descritta con maggior dovizia di particolari e di termini tecnico-finanziari nel progetto SmartCoins della piattaforma Bitshares.

Fondo di garanzia

Un’altra soluzione adottata nella pratica è quella di mettere a garanzia di una criptovaluta una somma in dollari o altra fiat. E’ il caso di tether usd, indicato brevemente come USDT. Tale moneta è un asset digitale creato sul circuito Omni, un sistema decentralizzato basato sulla blockchain Bitcoin che crea appunto asset digitali come rappresentazioni di asset reali. Il punto è proprio questo però, gli asset reali devono esistere ed essere dimostrabili. Oggi la capitalizzazione di USDT è superiore al miliardo di dollari, quindi deve esistere un deposito di $1B da qualche parte.

USDT è nato per iniziativa di un consorzio di exchange, che ha come capofila Bitfinex. Per un exchange trovare una banca disposta a tenere in carico una cifra di oltre $1B potrebbe non essere così semplice contrariamente a quello che tutti pensiamo. Bitfinex e l’erogazione di USDT è molto chiaccherata in questi mesi. Da molte parti si mette in dubbio l’esistenza di tali riserve, cosa che significherebbe aver emesso una valuta dal nulla con il prezzo agganciato al dollaro. Un’operazione che in genere compete agli stati.

Rebasing

Infine, degno di nota è anche il lavoro di Ferdinando Ametrano sulla proposta di una criptovaluta alla Hayek, basata su Bitcoin. Una specie di Bitcoin che si ribasa in funzione del potere d’acquisto “misurato”. La conseguenza sarebbe che i wallet che oggi possiedono 1 coin, al dimezzarsi del potere di acquisto, domani ne avrebbero due e vice versa, all’aumentare del potere di acquisto, i nostri wallet farebbero sparire nel nulla alcuni coin. Anche questa soluzione descritta in un paper di oltre 50 pagine, sembra più che altro spostare il problema, garantendo la stabilità della ricchezza di un wallet più che la stabilità della moneta stessa.