Che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? … Abbiamo creduto d’intenderci, non ci siamo intesi affatto.

— Pirandello

Cos’è? Cos’è?

Ma cos’è sto Internet delle Cose? Non credo sia facile trovare una vera e propria definizione. Le parole sono vuote – diceva il poeta – e quando si tratta di tecnologia si finisce spesso per parlare per buzzword il che non fa molto onore. Ma in fondo c’è di più, Internet delle Cose è “qualcosa” di importante.

Ci abbiamo speso i migliori anni della nostra vita, io ed una generazione di tecnologi, ricercatori, programmatori, spippolatori (la versione italiana di hacker), e maker. Le università italiane e straniere hanno investito milioni e così pure la Commissione Europea e infine una miriade di startup affiancate da alcune grandi company americane come IBM, Cisco, Intel. Non possiamo dire che è solo una parola vuota. Ma non lo è, per confortare la memoria di tutte le nostre energie spese nel cercare di capire, sperimentare, suggerire, monetizzare, implementare, pubblicizzare e infine anche un po’ criticare.

Il mio primo incontro con l’Internet delle Cose è avvenuto nel 2010 in quel di Pula, al CRS4, dove peraltro ho speso gran parte della mia vita professionale. La cosa simpatica è che questo è avvenuto durante un convegno al quale alcuni speaker bravissimi e veramente energizzanti evocavano scenari futuristici al confine tra il transumanesimo, l’alta moda ed il design. La terza onda di internet, dicevano, e nessuno poteva evitarla, nessuno poteva trascurarla, nessuno poteva permettersi di produrre oggetti “offline”, non più. Su una cosa sono assolutamente d’accordo, qualunque cosa sia questo Internet delle Cose si tratta di qualcosa di inevitabile. In realtà il convegno mi diede una sola certezza allora, stavo lavorando all’Internet delle Cose da almeno 3-4 anni e non lo sapevo. Nessuno me lo aveva detto. Ora era chiaro. Chiaro?! Siamo sicuri? Vediamo un po’ di definizioni che si possono raccogliere in rete.

“The Internet of Things (IoT) is a scenario in which objects, animals or people are provided with unique identifiers and the ability to transfer data over a network”

Quindi secondo questa prima definizione l’Internet delle Cose sarebbe uno scenario. Il che non aiuta molto, siamo oltre il confine del vago. Abbiamo capito che oggetti, persone e animali sono identificati e possono scambiarsi dati in rete. Vediamo altre definizioni:

“The Internet of Things (IoT) is a vision. It is being built today. The stakeholders are known, the debate has yet to start”

Questa è ancora più vaga, dato che una vision è veramente qualcosa che formalmente non riusciamo a contenere. In questo caso la definizione si limita a dire che gli stakeholder, o portatori di interesse, sono noti. Il resto è tutto da discutere. Apposto, direbbe il mio amico scettico e a volte un po’ pessimista. Ma cerchiamo invece di essere ottimisti e cerchiamo altre definizioni.

“The Internet of Things (IoT) is the collection of billions of end devices, from the tiniest … between performance, cost and power, and the quickest path to market”

Ecco questa comincia a suonare più tecnica, si introduce la parola device. Insomma un approccio orientato all’hardware. Non essendo molto soddisfatto di nessuna di queste definizioni provo a darne una anch’io. Anzi per stare in linea con i miei predecessori provo a costruire una non-definizione.

L’Internet delle Cose è l’inevitabile conseguenza della miniaturizzazione dell’elettronica digitale e degli apparati di rete e della loro adozione in molti se non tutti gli oggetti di uso quotidiano.

In pratica Internet ha bisogno di prendersi nostra caffettiera, facciamocene una ragione.

E la sicurezza?

Nel 2016 è stato sferrato il più grosso attacco all’infrastruttura globale di Internet, un attacco orchestrato e coordinato che ha utilizzato circa 100000 dispositivi connessi in rete per creare DDoS, Distributed Denial of Service, in altre parole, un attacco che ha cercato, riuscendoci, di congestionare l’intera rete creando traffico artificialmente con il solo scopo di impedire agli altri l’uso legittimo delle risorse.

Questo attacco non è stato sferrato da supercomputer russi o cinesi. Non è stato sferrato neanche utilizzando i nostri personal computer hackerati, infettati di trojan e malware. E’ stato invece sferrato attraverso una moltitudine di cosiddette smart appliance. Appliance in questi casi si deve intendere elettrodomestico, o meglio “apparecchio” adibito ad una funzione specifica all’interno delle mura domestiche, sia questo una TV, una web cam di sorveglianza, o un tostapane connesso al WiFi.

Potreste pensare che la cosa non vi riguarda, che riguarda solo quegli sciocchi geek in preda alla mania compulsiva di acquistare ogni inutile accessorio e gadget digitale che gli propone Amazon o che trovano sull’ultimo numero di Wired. Potreste pensare che – no – voi non userete mai quelle diavolerie elettroniche, che continuerete a comprare una lavatrice che fa solo il bucato, un tostapane che fa solo i toast, ed una TV che si collega solo al digitale terrestre.

Purtroppo per voi però non avrete fortuna nel perseverare in questa intenzione. Purtroppo per voi, aggiungere ad ogni cosa, e dico ad ogni cosa, che avete in casa una capacità di connessione a Internet sarà sempre meno costoso e più semplice. Anche se il vantaggio nel farlo sarà risibile, verrà fatto lo stesso. Proprio perché farlo costerà sempre meno. Ed inoltre  questa connessione tra la caffettiera ed il web non sarà necessariamente fatta per fornire un servizio all’utente, ma piuttosto sarà fatta per fornire informazioni al costruttore: quanti toast mangiamo, quante volte facciamo il bucato alla settimana, cosa guardiamo alla TV (un vero auditel, non quello finto di oggi).

Saranno i costruttori e non gli utenti a volere l’internet delle cose, di tutte le cose.

Ma quindi come possiamo sentirci se non minacciati da uno scenario dove noi non possiamo scegliere. Serve una regolamentazione? In genere la regolamentazione sulle materie legate al mondo digitale ottiene degli effetti grotteschi. Come può uno scoglio arginare il mare? Eppure già oggi se acquistiamo una lavatrice e questa prende fuoco è il costruttore responsabile dei danni. Esistono delle leggi, direttive e regolamenti ai quali i costruttori devono attenersi se vogliono vendere un elettrodomestico nel mercato nazionale o europeo.

Quindi perché non pensare che oltre alla sicurezza e incolumità delle persone i costruttori debbano essere disciplinati anche riguardo la sicurezza e integrità dei dati, delle password, delle informazioni personali. Troppe regole andranno inevitabilmente a cozzare le une contro le altre provocando un collasso o peggio un far west di fatto. Nessuna legge porta un far west  in ogni caso. Non sappiamo ancora come, ma qualcosa bisognerà pure fare. Intanto creare una cultura del digitale e della sicurezza informatica, e no, i nativi digitali non sono immuni dall’ignoranza digitale, anzi … dànno troppe cose per scontate e non hanno idea di cosa succede dietro le quinte. Insomma, lo ripeto. Internet vuole prendersi la nostra caffettiera, facciamocene una ragione.

Annunci